Acquedotto della formina

_MG_6260

La storiaLe fonti epigraficheLe fonti oraliLeggende locali

LA STORIA DELL’ACQUEDOTTO DELLA FORMINA

Tito Livio narra che nel 299 a. C. le legioni dei consoli Titus Manlius Torquatus e Marcus Fulvius Paetinus, dopo un lungo assedio, conquistarono la città umbra di Nequinum, distruggendola e uccidendone gli abitanti che si erano rifiutati di arrendersi. Al suo posto fondarono una colonia latina e la chiamarono Narnia, dal vicino fiume Nahar, oggi Nera. Il luogo ispirò lo scrittore britannico Clive Staples Lewis che alla metà del secolo scorso scrisse le ben note “Cronache di Narnia”.

Dopo la costruzione della Flaminia fra Roma e Ariminum (Rimini), intorno al 220 a.C., la città acquistò notevole importanza strategica ed economica. Una testimonianza fra tutte è il ponte voluto da Augusto per rettificare il percorso della strada consolare.

Meno noto è invece l’imponente acquedotto detto “della Formina”, realizzato, secondo tradizione, per ordine del narnese Marcus Cocceia Nerva, eminente giurista nonno del futuro imperatore, che nel I sec. d.C. prima consulus suffectus (console sostitutivo) sotto Augusto e poi curator aquarum a Roma. L’opera ha lunghezza totale di tredici chilometri e raccoglie sette sorgenti lungo un percorso caratterizzato da quattro ponti, di cui due ancora ben conservati in opus quadratum (opera quadrata, muratura in blocchi quadrangolari in filari regolari) conosciuti come ponte Cardona e ponte Vecchio. Gli altri due sono ponte Pennina e ponte Nuovo.

Da un accurato rilievo eseguito alla meta del XIX secolo è possibile ricostruire l’intero percorso dell’acquedotto narnese. Il caput aquae si trova in un cunicolo ancora oggi chiamato “Capo dell’acqua”, nei pressi del paese di Sant’Urbano. Da qui partiva il lungo condotto, il cui accesso era garantito da 149 bocchette laterali e da 55 pozzi di diversa profondità protetti da sportelli e coperchi. La pendenza media si aggirava sul cinque per mille, in linea con i canoni dettati nel I sec. a.C. da Vitruvio nel suo De architectura. Giunto il condotto presso le mura di Narnia l’acqua veniva raccolta in un serbatoio, il castellum aquae, dal quale partivano i tubi di piombo per la distribuzione.

La caratteristica principale di questa opera d’ingegneria idraulica sono tre trafori, realizzati rispettivamente sotto la collina di San Biagio (lungo 449 m), sotto S. Silvestro (231 m) e, il più interessante, sotto monte Ippolito (700 m).

Per approfondimenti: Il PiccolPasso

LE FONTI EPIGRAFICHE

Purtroppo non sono mai state trovate epigrafi che attestino notizie sull’acquedotto narnese, soltanto il padre Ferdinando Brusoni nel XVIII secolo, in un suo manoscritto sulla città di Narni, conservato nella biblioteca comunale, riporta un’iscrizione su lastra marmorea che doveva essere murata su una parete dell’acquedotto, della quale però non si può accertare l’autenticità in quanto dispersa:

M. COCCEEIVS M. F. NARN. DIVI NERVAE AVVS 

CUM VIBIO CONSVL SCIENTIA IVRIS ILLVSTRIS DIVI

TIBERII CONTINUUS CVRATOR AQUARVM URBI

MIRABILS AQVAEDVCTVS NARNIEN AVCTOR

Secondo questa epigrafe l’acquedotto dovrebbe essere stato costruito da Marco Cocceio Nerva, avo dell’imperatore omonimo, nel 27 d.c., quando era Curator Aquarum a Roma sotto Tiberio.

Sui natali narnesi di Nerva imperatore scrive Aurelio Vittore nella sua “Epitome sui Cesari”, mentre dato sulla origine narnese della Gens Cocceia può essere la sua appartenenza alla tribù Papiria, la stessa alla quale apparteneva il Municipio di Narni, attestata da un’epigrafe.

Con il nome di Marco Cocceio si conoscono più rappresentanti della famiglia Nerva. Il primo, figlio di Marco, fu pro-questore di Antonio in Italia nel 41 a.C., il secondo fu console nel 36 a. C con L. Gallio Poplicola ed il terzo, console con C. F. Vibio e C. F. Rufino presunto autore della Formina.

Lo studioso locale Giovanni Eroli, alla fine dell’800, segnalò l’iscrizione “L. SA.” Sullo spigolo sinistro della porta nell’origine dell’acquedotto, che è stata di recente integrata in uno studio sull’acquedotto in “L. SA [lvius]”. Per la strana coincidenza delle iniziali suddette, con quelle di Livio Salvati, incaricato di alcuni restauri nel 1615, che purtroppo è andata dispersa.

LE FONTI ORALI

Contrariamente a tanti casi noti, sull’acquedotto di Narni, nonostante la sua costruzione risalga ad età romana, si sono tramandati una serie di aneddoti che vengono narrati da padre a figlio nei paesi limitrofi alla Formina.

A raccontarle sono anziani, che da ragazzi furono assunti stagionalmente dal Comune di Narni per la pulizia dell’acquedotto, data la loro piccola statura. Essi erano addetti a togliere dal fondo il calcare depositato dall’acqua, i rami e le foglie trasportati ed eventuali cedimenti della struttura, che doveva poi essere ripristinata da appositi muratori.

LEGGENDE LOCALI SULL’ACQUEDOTTO DELLA FORMINA

La prima leggenda che si narra, riguarda la tecnica costruttiva.

“Sembra che a costruire la Formina ed il ponte detto di Augusto, sulla Flaminia nei pressi di Narni, fossero due fratelli ingegneri, nello stesso periodo, che per passati dissidi non si rivolgevano più parola.

Le loro mogli erano però in buoni rapporti e spesso si incontravano e parlavano dei problemi famigliari.

Durante il corso di questi due grandi cantieri, si presentarono ad entrambi i tecnici dei problemi, che sembravano insormontabili.

Quello addetto alla costruzione del ponte non riusciva a legare bene fra loro le grandi pietre squadrate, mentre l’altro aveva problemi con l’acqua che non riusciva a scorrere perfettamente nel cunicolo.

I due ingegneri confidarono queste difficoltà alle rispettive mogli, le quali, nei loro periodici incontri, si scambiarono le brutte notizie, che poi arrivarono all’orecchio di ciascun marito.

Quello che soprintendeva i lavori del ponte, con disprezzo, disse alla moglie che il fratello era un incompetente perché non sapeva che per far correre l’acqua nella galleria era necessario creargli gli occhi, ossia gli spiragli dove far defluire l’aria, che compressa dall’acqua, impediva ad essa di fluire regolarmente a valle.

Il fratello ugualmente schernì l’altro perché non sapeva che bastava mettere più calce nell’impasto per far tenere salde fra loro le pietre del ponte.

Furono le mogli a far sapere a ciascuno i suggerimenti dell’altro, così che, messi in pratica, le due grandi opere poterono felicemente essere portate a termine.”

L’altra storia, più breve, riguarda la realizzazione della galleria di Monte Ippolito, la più lunga, che conserva al suo interno il punto di incontro fra la squadra che scavava da monte a quella da valle, una sorta di “S” di raccordo fra i due tronconi.

Lo scavo della galleria era stato calcolato nei minimi particolari e l’ingegnere addetto era tanto sicuro del suo lavoro che aveva stabilito esattamente il giorno dell’incontro fra le due squadre. Quel giorno però l’incontro non ci fu’ ed egli, per il disonore si tolse la vita, fatto che gli impedì di vedere il congiungimento dei due rami il giorno successivo.

All’interno della galleria, secondo alcuni, o sulla scala che permetteva di scendere nel cunicolo, secondo altri, era murata una lapide dove vi era scritto quante persone avevano lavorato a quell’opera, quanti fili di pane e quante teste di aglio avevano mangiato.”

E’ possibile che le teste o capocce o capi d’aglio, in realtà siano la traduzione di “caput aquae” che, se mal letto da persona che non conosce il latino, potrebbe interpretarsi come “capid’agliae”. Tale ipotesi potrebbe essere collegata ad una epigrafe che, a tutt’oggi sconosciuta, poteva trovarsi lungo il percorso per celebrare la costruzione dell’acquedotto.